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25 March 2009

Tramontana

La sto perdendo. Me ne accorgo e non faccio nulla.

Non so perché, ma coscientemente so di questo mio atteggiamento inerme. E’ un moto naturale, penso, come due palle che prima si toccano e che poi inevitabilmente rimbalzano via l’una dall’altra.

Ci sarebbero i fiori e le parole, l’attenzione e le promesse.

Niente, non faccio nulla di tutto questo. Mi siedo sulla poltrona e leggo un libro. Stappo il vino a cena mentre le racconto di una giornata identica alla precedente.

Al mattino mi lavo i denti e la saluto di corsa.

Accelero, supero. Con lei non c’è una spinta a fare di più. Eppure sento che qualcosa mi trattiene, ma cosa? E cosa cerca di muovermi se non sento nessuna spinta?

In ufficio la testa fa un po’ male. Forse è il vento che soffia forte, violento come nella poesia di Saffo. Forse invece è il fruscio continuo della frequenza sulla quale sono sintonizzato. Penso ad altro, ma il rumore di fondo resta.

Bevo molta acqua, ho la raucedine, ed in bagno mi chiedo da quanto tempo non facciamo più sesso. E’ il desiderio ad essersene andato prima o l’amore? Il mio pene non risponde.

Lo fa il mio riflesso quando mi giro. Dallo specchio spunta un uomo emaciato dai capelli arruffati. La barba che comincia a spuntare più bianca che nera. Gli occhi hanno la stessa vivacità di quelli di un’orata sul banco del pesce. Lontanamente mi ricorda mio padre.

Alla sera sono stanco ed assonnato. Ci vuole la doccia prima di una bella dormita. Mi lavo il pene con più attenzione del solito mentre ripenso alle parole di quel tizio nello specchio.

Le coperte dalla mia parte sono tese e faccio quasi fatica a disfarle dalla loro piega fatta con precisione. L’attenzione che deve aver dedicato nel sistemare il letto mi commuove ed irrita al contempo. Mentre mi infilo sotto le lenzuola intravedo il suo corpo ancora bello e liscio. Mi sento vecchio ed in ritardo.

Il vento fuori non ha smesso di soffiare e sbatte tra le tapparelle scivolando nelle fessure della porta. Mi viene in mente l’immagine di due corpi sospesi su di un baratro uniti solo dallo stringersi di una mano. La stretta è forte ma s’allenta, lentamente; inesorabilmente prima o poi avverrà la caduta. Mi chiedo cosa li tenga sospesi, quale spinta; forse il vento. Mi domando del perché sono convinto che cadranno il momento stesso in cui le mani non si toccheranno più.

Mi sistemo a pancia in giù per prender sonno. Inavvertitamente la sfioro. Inspiegabilmente rabbrividisco e mi eccito talmente tanto che devo cambiare la posizione delle gambe.

E’ solo sesso fine a se stesso, mi convinco.

Mi stacco dal contatto, giro la faccia dall’altra parte, così che la luce non mi dia troppo fastidio, ma lei spegne subito l’abat jour.

Rimaniamo immobili per un istante. Poi per due.

Nel buio ci diamo la buonanotte. Torna lo stallo e l’immobilità.

I due corpi immaginari cominciano a cadere.

Sogno di un figlio, ma questa ormai è tutta un’altra storia.

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